James Anderson · Recensioni

Recensione: Il diner nel deserto di James Anderson

Buongiorno, bibliofili.
Parliamo oggi di un libro, che mi aveva colpito fin dal momento in cui avevo letto la sinossi e che dovevo leggere per forza. Il mio istinto non si era sbagliato, perché mi è piaciuto tanto.
Continuate a leggere per saperne di più.

Il diner nel deserto di James Anderson

NN Editore – 13 settembre 2018
315 pag. – noir – 18,00€ e 9,99€

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Ben Jones è un camionista sull’orlo della bancarotta che effettua consegne lungo la statale 117 del deserto dello Utah, una terra ospitale solo per chi ha scelto di isolarsi dal mondo. Un giorno Ben incontra Claire, che si nasconde dal marito in una casa abbandonata e suona le corde di un violoncello invisibile. L’amore per Claire porta Ben a stringere amicizia con Ginny, un’adolescente incinta in rotta con la madre, e a fare i conti con il burbero affetto di Walt, il proprietario di un diner nel deserto chiuso da anni in seguito a un terribile fatto di sangue. Tra rivelazioni inaspettate, scomparse improvvise e il furto di un prezioso strumento musicale, tutti incontrano il proprio destino, cieco come le alluvioni che allagano i canyon rocciosi.

Ne Il diner nel deserto il protagonista, oltre allo stesso deserto direi, è Ben Jones, un camionista che va su e giù lungo la statale 117 consegnando vari ordini ai suoi clienti. La sua vita non è tutta rose e fiori, anzi, di “fiori” c’è solo la salvia del deserto e delle rose ci sono solo le spine.
In tutto ciò però, un giorno casualmente incontra Claire.
In un susseguirsi di eventi, tra tempeste, cd musicali, scazzottate e molto altro, prosegue la storia di Ben…

una storia che io ho adorato e divorato.
Il diner nel deserto inizia piano, delicato, lascia qua e là semini di storia, che poi, quando inizia a crescere, diventa bellissima. Non è tutto chiaro all’inizio, ma lo è alla fine. Alla fine si comprende tutto, ogni vicenda, frase o perché.

Sul paesaggio del deserto luminoso come sfondo, si muovono vari personaggi, dai più centrali ai secondari. Come ho detto, per me il deserto è un personaggio, con le sue tempeste, canyon, la statale 117, il diner… È sempre lì, non si muove, fa da rifugio e allo stesso tempo influisce sulle persone.
Chi sono queste persone? Ben, in primis, che lo percorre per chilometri sul suo camion, un uomo buono e gentile. Walt Butterfield, proprietario del diner [quasi] sempre chiuso e che riceve sempre tanti pacchi grandi e pieni di chissà cosa, che se ne sta sul retro, nella sua officina, con le sue bimbe: le moto. Claire, questa donna che compare all’improvviso, sulla difensiva, bella e misteriosa. Ginny, giovane diciassettenne con un gran pancione e senza un tetto sulla testa, forte, intelligente, instancabile.
Ognuno di loro ha ragioni, pensieri, motivazioni, una storia. Sono tutti ben descritti e caratterizzati, coerenti tra pensieri e azioni; il lettore entra subito in empatia con ognuno di loro.

Dall’aletta di copertina si legge che James Anderson è uno scrittore e poeta americano, e Il diner nel deserto è il suo romanzo d’esordio.
Leggere “poeta” conferma il mio pensiero.
Questo romanzo noir, misterioso, divertente è scritto davvero bene. Il suo stile è fatto da periodi brevi e diretti, dialoghi simpatici, un lessico semplice e informale. Ha un metodo narrativo che poche volte ho visto. Ho provato a cercare la parola giusta, ma niente mi sembra corretto per descriverlo. Vi lascio quindi un esempio di ciò che intendo.

“Il marito era un altro paio di maniche. (Si riferisce a questa donna che è sposata, ndr) Nella vita avevo avuto modo di assaggiare il frutto proibito. Ai tempi era stato facile: avevo sete e di fronte a me c’era dell’acqua. O magari avevo trovato uno specchio d’acqua seducente e mi era venuta sete. Forse ero cresciuto. Forse era questione di saper prevedere le conseguenze, non solo per me, ma anche per le altre persone coinvolte. Quando un coniuge tradiva, o peggio, quando tradivano entrambi, la lista dei feriti era sempre lunga.”

Come vedete, parla del fatto che sia stato con donne sposate, ma lo fa senza dirlo in modo diretto, usando altre frasi, altre parole. È un modo narrativo che ripete spesso nel corso della lettura, e che ho apprezzato molto.
Nello stile diretto c’è tuttavia una vena dolce, riflessiva, poetica appunto. Ma Anderson sa anche rifilare delle belle stilettate in pieno petto, e lo ha fatto con sei parole. Mi ha steso.

Nelle prime pagine del libro vediamo che La Serie del Deserto avrà un altro volume, che sarà Lullaby Road. Non vedo l’ora di leggerlo.
Ringrazio il mio intuito per avermi fatto scoprire un nuovo scrittore e il suo ottimo esordio, un libro bello, scorrevole, divertente, poetico, riflessivo, che ha saputo catturarmi nella sua storia e trasportarmi nel deserto senza bisogno di un volo di chissà quante ore.

Valentina

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