Ti presento un esordiente

Rubrica “Ti presento un esordiente” #8

Buongiorno a tutti!
Oggi torno con la rubrica dedicata agli esordienti, e in particolare abbiamo qui un’autrice davvero molto simpatica.
Volete sapere chi è?
Scopritelo 🙂

Scrivo da quando so scrivere. Sono sempre stata affascinata dalla forma delle lettere, sebbene la mia calligrafia sia particolarmente rotonda e non così tanto elegante. Forse una piccola parte del mio cervellino da bimba riusciva a capire che quelle lettere, diventando parole, riuscivano a veicolare dei messaggi e dunque delle storie. E io ero letteralmente estasiata dall’idea di creare storie. Ne leggevo in quantità industriale. Non c’era un solo libro del Battello a Vapore che mi perdevo, sempre alla ricerca di un “Ancora! Datamene ancora! Voglio più storie!”.

Mi ci è voluta l’adolescenza per capire che non bastavano più le storie che leggevo a soddisfare il mio animo irrequieto. No, avevo bisogno di altro. Ero alla ricerca di quella storia per come volevo che mi fosse raccontata. Quel libro che non ero ancora riuscita a trovare, né in biblioteca né in libreria.
A dieci anni ho iniziato a scrivere al mio amico immaginario quello che succedeva su un diario. Mi fecero notare che un amico immaginario non esiste. Parlate per voi. I miei amici immaginari sono tutti reali, tanto quanto le persone che incontro per strada o a lavoro. Forse anche più di certa gente spocchiosa e falsa che ho avuto il dispiacere di incontrare, un po’ come tutti.
I diari divennero due. Poi tre. Ora ho perso il conto, ma li conservo tutti. Forse per paura di perdere qualche frammento che ha reso me quella che sono. Sono anche molto divertenti da leggere, soprattutto con l’occhio scanzonato di chi ormai c’è passato. La prima cotta. Il primo bacio. Il primo amore. I primi problemi. Amicizie perdute. Nuovi amici trovati.

C’è stato poi un momento in cui le storie, quelle che esistono nell’etere in attesa che uno scrittore si accorga di loro, hanno iniziato a stalkerizzarmi. Eh sì. Mi perseguitavano durante il sonno. Inquinavano i miei sogni. Ho dovuto cedere all’impulso di prendere appunti. E quella è stata un po’ la mia rovina. Ho capito in quel momento che da grande volevo fare la scrittrice. Ovviamente mi hanno riso tutti in faccia, anche perché non ho la padronanza della grammatica che uno si aspetta da uno scrittore. Ho sempre avuto voti nella media alla mia materia preferita, Letteratura Italiana. Come se il mondo (e la mia prof, che amo particolarmente per tutto ciò che mi ha insegnato) volessero un po’ dirmi: “Ehi cocca. Guarda che la vita vera è un’altra cosa.”
Posso dire, a distanza di dieci anni da quel momento, che sì, avevano ragione.

Ma posso dire che ho avuto ragione anche io. Perché la verità, si sa, non è una cosa univoca. La verità è diversa, come un labirinto degli specchi. In una stanza la signora verità sarà magra come un fuscello. In un’altra verrà gonfiata come un palloncino. In un’altra sarà distorta, mentre in quella dopo sarà opaca. Il succo è che l’ho incontra, questa signora verità. Abbiamo discusso a lungo, sedute a un tavolino con un tè e una cioccolata calda (indovinate cosa avevo in mano io?). Le ho detto che la vita vera, quella “degli adulti”, quella delle bollette da pagare e del lavoro, e dei problemi, quella lì, io la riconoscevo. La accoglievo, perché potessi imparare a gestirla. Ma lei, la vita vera, avrebbe dovuto lasciare libera quella parte di me. Quella che durante la notte viene stalkerizzata dalle storie che non sono ancora state scritte. Quella che la mattina dopo, prima di andare a lavoro, prende appunti per non dimenticare quella sensazione o quell’idea. Insomma, la me scrittrice. Siamo giunte a quest’accordo secondo cui in apparenza sembro una persona normale. Ma solo in apparenza. In realtà faccio un lavoro meraviglioso che mi permette di rimanere in contatto con la me bambina. Ho deciso che non mi sarei fermata. Non mi sarei accontentata di un’unica “etichetta”. Effettivamente ripensandoci bene, mi sa che neanche in apparenza sono poi così normale. Comunque l’accordo va bene ad entrambe. La vita ogni tanto si mette in mezzo, ma io mi prendo i miei spazi per continuare ad esercitare il mio diritto a raccontare storie e a leggerne di nuove. Perché non puoi essere uno scrittore se in primis non sei un lettore.
In quei momenti lascio che i personaggi parlino e interagiscano tra loro, cercando di tradurre nero su bianco queste interazioni. A volte mi rubano la tastiera e parlano al posto mio. E quando me ne accorgo, è già troppo tardi. Il protagonista maschile è diventato un buffone, amante della musica metal, che se ne va in giro a sparare cavolate e a volte proiettili veri. Ma solo se non può proprio evitarlo. Un altro mi dice che vuole quel potere soprannaturale. No, gli dico io. Poi come lo inserisco nella storia? E lui mi risponde: “Sei tu la scrittrice, trova una soluzione.”. Poco importa che è già l’una di notte e mi si chiudano gli occhi.
Gli antropologi dicono che raccontare sia un bisogno ancestrale. Probabilmente hanno ragione. Perché non è una passione, un hobby o un lavoro. Per me scrivere è un bisogno. Ecco perché non sono una scrittrice, ma una cantastorie. E questa, di etichetta, me la tengo volentieri.

Isabella Vinci

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