Ti presento un esordiente

Rubrica: “Ti presento un esordiente” #2

Buongiorno, cari lettori 🙂
Oggi è un giorno speciale, una delle persone più importanti della mia vita compie gli anni.
Non vedo l’ora di festeggiare!
Ma tornando a noi, eccoci con il secondo articolo della nuova rubrica “Ti presento un esordiente“.
Per chi si fosse perso il primo articolo, ricordo che qualora ne voleste far parte, dove solo preparare un articolo parlando della vostra passione per la scrittura, com’è nata, i vostri libri e via dicendo, e inviarmelo all’email che trovate nella sezione CONTATTI.
Vediamo chi è l’autore di oggi…

Daniele Festoso dice…

Ho cominciato a scrivere per il motivo più sbagliato per cui lo si possa fare: perché mi piacevano le copertine dei libri. Da ragazzino, compravo i romanzi scegliendoli sulla base dei disegni o dei colori delle copertine. Spesso, inevitabilmente, si rivelavano specchietti per le allodole e così finivo per abbandonare buona parte dei testi che acquistavo già alla ventesima o trentesima noiosissima pagina.
Però restavo ossessionato dal frontespizio. Così cominciai a buttare giù i miei primi testi intorno ai dodici o tredici anni, con la macchina da scrivere vecchia e sgangherata di mio nonno. L’obiettivo non era scrivere cose interessanti, ma fare volume il più in fretta possibile, per poi poter finalmente dedicare il mio tempo all’attività più superflua del processo creativo di uno scrittore: scegliere la copertina.

Qualcosa deve essere cambiato con Clive Cussler o forse con Michael Crichton. Per la prima volta leggendo i loro romanzi di fantascienza, restavo catturato dalle trame e finivo i loro libri in un batter d’occhio.
Stavo crescendo e con me cresceva la voglia di dedicare maggiore attenzione alla sostanza. Così vennero alla luce i miei primi due racconti sci-fi. Avrò avuto più o meno diciassette o diciotto anni. Li finii e li feci leggere a mia madre.
Per lei, che non aveva mai neanche visto ET, erano capolavori. Si sa, ogni scarrafone…

Arrivato a ventiquattro ne cominciai a scrivere un altro ancora. Stavolta niente fantascienza. Era un libro sull’amicizia e mi ci dedicai talmente tanto che alla fine mi resi conto di averci speso troppo tempo. Era venuta fuori un’opera gigantesca e inevitabilmente ripetitiva e a tratti noiosa.
Insomma, sino ai ventisei, ventisette anni, non mi era mai neanche balenato in testa di provare a contattare una casa editrice: quello che scrivevo o era troppo superficiale o era troppo pompato.

È così che è nato “Siamo partiti col piede sbagliato”, dopo più di quindici anni di tentativi, quando finalmente avevo trovato il giusto argomento, il giusto modo di disegnare i personaggi, il giusto modo di contestualizzare le loro vicende e il giusto modo di raccontare le loro storie così come mi si proiettavano in testa giorno dopo giorno, mentre viaggiavo sulla metro, mentre guidavo per tornare la sera a casa.
Il giusto modo per me, si intende.
Siamo partiti col piede sbagliato” è nato come la più autentica trasposizione di quello che avevo in mente, prima sullo schermo di un pc e poi su un foglio di carta A4.
Scriverlo fu divertente. Ogni volta che mi sedevo alla mia scrivania, il sabato o la domenica pomeriggio, mettevo su qualche canzone. Ogni scena di quel libro l’ho immaginata accompagnata da una colonna sonora, tanto che spesso quando riascolto quelle canzoni, mi capita che ancora mi tornino in mente i volti dei personaggi, le scene descritte e i loro gesti più dettagliati.
La musica per me è sempre stata un’ispirazione, senza di essa, probabilmente questo libro non esisterebbe.

Quando finii di scrivere “Siamo partiti col piede sbagliato”, capii che era cambiato qualcosa rispetto al passato. Prima ancora di farlo leggere alla mia lettrice prediletta, mia madre, già avevo deciso che questa era la volta buona, che avrei tentato di pubblicarlo. Che mi costava? Qualche rifiuto da parte di qualche CE?
Fu un’odissea di più di due anni: iniziai ricevendo “offerte trabocchetto” da parte di avidi personaggi che non avevano neanche letto un capitolo del mio libro, ma puntavano a farmi firmare contratti da più di 1.000 euro (a carico mio) per la pubblicazione. Dopo una minuziosa opera di revisione che mi portava via notti intere di sonno, dopo decine e decine di rifiuti o mancate risposte, mi ritrovai con l’esile speranza di pubblicare con una CE (la chiamerò GH) che mi aveva risposto “vediamo se riusciamo ad inserirti in una delle nostre collane. Il testo ci piace, ma dobbiamo vedere se sei compatibile con il nostro catalogo”. Mi attaccai stretto a quella speranza.
Passò un mese e quando finalmente arrivò la loro mail, rimasi con un pugno di mosche: “spiacenti ma non sapremmo in quale collana inserire il suo titolo”. Di fronte a quell’ennesimo rifiuto, stavo per gettare la spugna. Insomma, erano passati anni senza risultati, evidentemente scrivere non faceva per me, pensai. Eppure, invece di chiudere la mail e spegnere il pc, nonostante fossi davvero demoralizzato, quella stessa mattina presi subito l’indirizzo di un’altra CE che avevo studiato da poco e inviai il ventesimo allegato pdf del mio manoscritto.

Il destino ha voluto che fosse proprio quella ventesima CE, quella a cui avevo scritto quando ormai stavo per gettare la spugna, a decidere di pubblicare il mio libro.
Non so se si trattò di perseveranza o testardaggine. Non so perché dopo il rifiuto di GH non mi demoralizzai e non mandai tutto all’aria abbandonando l’idea di pubblicare. Non so dove ho trovato la voglia di continuare su un percorso che sembrava privo di sbocchi ormai. So solo una cosa per certa: “Siamo partiti col piede sbagliato” valeva la pena perché, alla sua copertina, non avevo mai neanche pensato.

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