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Viaggio nella Palermo del 1950. Protagoniste: Livia e Laura – 6° e ultima tappa


Buon martedì, amici lettori!
Tutte le cose belle finiscono, purtroppo, e anche questo viaggio è giunto alla tappa finale.
Vorrei sapere: vi sono piaciuti gli estratti?
Qui di seguito il sesto e ultimo estratto.
Gustatevelo!

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4° estratto!

5° estratto!

E ora l’estratto finale… Buona lettura!

«Come potrei dimenticare un caro amico d’infanzia?» rispose con dolcezza, porgendo la mano che il giovane baciò senza staccarle gli occhi di dosso.
«Contessa! Siete incantevole.» Nonostante avesse girato il mondo fin da bambino e studiato per anni a Roma, Carlo non aveva perso il suo accento siciliano che, al contrario, si era ammorbidito, risultando più gradevole all’ascolto.
«E datevi del tu! Vi rivedo ancora picciriddi che correvate per il giardino!» esclamò il conte piuttosto soddisfatto da quell’incontro.
Livia e Carlo sorrisero, circondati dalle occhiate ora ammirate, ora invidiose, degli ospiti che li avvolgevano in una spirale di soffocante curiosità.
«Balleresti con me, in ricordo dei vecchi tempi?» L’espressione benevola di Carlo la fece arrossire.
«Ma certo, grazie.»
La folla aprì un varco alla coppia che raggiunse rapidamente il centro del salone. Il conte batté le mani e l’orchestra iniziò a suonare un valzer inglese.
«Quanto anni sono passati» sussurrò Livia abbassando lo sguardo per l’imbarazzo.
«Allora eri una bambina graziosa, ma oggi sei una ragazza stupenda» rispose lui, cercando i suoi occhi.
«Sei troppo buono.» Livia sentì le guance prenderle fuoco in un secondo.
«Solo sincero. Tu, invece, modesta e dolce sei rimasta, proprio come ricordavo. Questo ti fa
onore.»
Il barone doveva sentirsi a suo agio, perché Livia notò che l’accento siciliano stava pian piano emergendo, con naturalezza, come accade quando ci si trova in situazioni familiari e con persone con cui si ha una certa confidenza.
«Mio padre sostiene ch’io sia una bambina ribelle e capricciosa.» Inclinò appena la testa da un lato, inconsapevole della grazia e della seduzione che quel semplice gesto sprigionava, affascinando il giovane barone.
«Ah, no» schioccò la lingua, esprimendo il tipico suono siciliano di disapprovazione e scosse la testa. «La ragazza più virtuosa che io conosca, sei. Altroché!» Il sorriso generoso e lo sguardo premuroso di Carlo la fecero sentire per la prima volta presa in considerazione e benvoluta per ciò che era.
«Attento, stai mettendo in dubbio le parole di mio padre. Dovresti sapere che detesta essere contraddetto» bisbigliò ironica.
«Per carità! Mai oserei contraddire don Enrico, ma i padri tutti uguali sono. Per loro le figlie rimangono sempre picciridde.»
«Sì, hai ragione.» Mentre volteggiava leggera tra le braccia forti di Carlo, sentì di avere gli occhi di tutti puntati addosso ma, soprattutto, quelli di suo padre e Rocco. Il primo la guardava soddisfatto, il mento alto e le spalle larghe e dritte, ma era nel broncio dell’altro che leggeva la tristezza di un bambino a cui era stato sottratto il giocattolo preferito.
Una lieve stretta della mano la fece girare di nuovo verso Carlo, che cercava la sua attenzione, facendole dimenticare in un battito di ciglia il mondo circostante.
«Chissà quante belle caruse avrai conosciuto a Roma» soggiunse incuriosita da quel giovane raffinato che aveva avuto la possibilità di studiare medicina, come sognava anche lei e la cui affascinante vita da giramondo poteva solo immaginare.
«Mah.» Il viso di Carlo si contrasse appena. «Non che avessi tanto tempo per questo e, comunque, per me la cosa più importante è un’altra.»
«Qual è?» Si pentì subito della propria indiscrezione e tentò di porre rimedio come meglio poteva. «Scusa, davvero perdonami, sto facendo la figura dell’impicciona.»
«No, assolutamente.» La strinse un po’ di più a sé, fissandola con i suoi occhi profondi come la notte. «La bellezza senza l’onestà e la virtù è come una casa ben arredata, ma fredda. Sai di quelle con i pavimenti di marmo e i soffitti alti? Non ti ci riscaldi mai. Non hanno anima dimore del genere.»
«Capisco, ma…» A Livia quel ragionamento non suonava del tutto giusto. Era convinta che il cuore di una donna fosse più complesso, più sfaccettato e non uno specchio in cui potersi riflettere sempre in modo chiaro e nitido, senza trovare mai macchie oppure ombre. Tentò di spiegarlo a Carlo, ma le mancarono le parole per paura di essere giudicata e di perdere, così, quell’amicizia appena ritrovata.
«Ma?»
Il sorriso incoraggiante e suadente del barone la invitava a continuare, ma la prudenza e la rigida educazione ricevuta furono più forti del suo istinto ribelle.
«No, niente. In fondo conosci il mondo meglio di me, hai viaggiato così tanto tu.»
«Ora che ti ho rivista, mi rendo conto di non sapere tante cose che i viaggi non mi insegnarono…»
Livia stava per chiedergli cosa intendesse, ma la musica cessò all’improvviso, troppo presto, mentre la sua bocca custodiva ancora mille domande inespresse. Carlo le baciò la mano e l’accompagnò da suo padre.
«Che sbadato.» Tra i capelli neri del ragazzo deboli riflessi castani brillarono, inseguendo i movimenti della testa che si voltava da una parte e dall’altra, alla ricerca di qualcosa o qualcuno tra gli ospiti. «Eccolo! Salvo!» fece cenno di sbrigarsi e un ragazzino di non più di quindici anni arrivò trafelato, tenendo in mano un pacchetto avvolto in una carta bianca e liscia.
«Livia, un piccolo omaggio da parte mia. Spero lo gradirai.» Le porse il regalo con un inchino appena accennato, che la fece di nuovo arrossire.
«Vedi che galantuomo il nostro Carlo?» si intromise il conte Altamura con un mezzo sorrisetto ambiguo.
«Grazie, Carlo.» La voce di Livia si sentì appena, ma abbastanza perché il barone la udisse e si inchinasse di nuovo.
«Aprilo. Lo comprai pensando a te.»
Livia si affrettò a scartarlo spalleggiata dai suoi amici incuriositi. La carta sottile rivelò un piccolo quadro dalla forma rettangolare, con la cornice di legno scuro e lucido. Lo sollevò per ammirarlo meglio, percependo la presenza di Andrea alle sue spalle che, da appassionato d’arte qual era, non si sarebbe mai fatto sfuggire un’occasione del genere.
Sullo sfondo di una notte rischiarata dalla Luna, un castello si ergeva maestoso su un’altura ripida. Ciò che colpì Livia, però, fu la presenza di una giovane dai capelli biondi, affacciata da una delle finestre. Sembrava attendesse qualcosa, o qualcuno, scrutando l’orizzonte con uno sguardo felice, ma inquieto. Livia ne seguì la direzione e scoprì un’altra figura, seminascosta tra i folti alberi che circondavano il maniero. Un ragazzo dai capelli corvini, dritto su un cavallo bianco, faceva sventolare l’ampio cappello in direzione della ragazza, forse un segnale segreto tra i due.
«Ti piace?» L’espressione di Carlo mostrava l’impazienza di conoscere il parere di Livia. «Lo fece un artista siciliano, piuttosto quotato, che morì qualche anno fa.»
«È bellissimo. Grazie, davvero.» I suoi occhi si posarono di nuovo sul piccolo dipinto, notando qualcosa che prima era sfuggito loro. In basso a destra, era disegnata una piccola mano punteggiata di macchioline rosse. La contessa ebbe un tuffo al cuore e per poco il quadretto non le scappò di mano.
«Livia, attenta!» la riprese suo padre con voce più aspra del solito.
«Scusate… scusate, come sono maldestra» balbettò, mentre le passavano davanti agli occhi le immagini del castello, del riflesso nello specchio e della mano insanguinata.
Gli amici le si strinsero intorno.
«Livia? Cosa c’è?» Marianna le si avvicinò preoccupata.
«Ma niente. Il solito capogiro. Sarà stanchezza, tutto qui.»
«Perché? Ne avesti altri?» Il conte la fissò cupo.
Livia si voltò verso suo padre, pensando rapidamente a una scusa plausibile. «Sì, solo uno… Ma davvero non è niente. Sono sotto pressione per gli esami al conservatorio, ecco.»
Il grugnito di approvazione del conte Altamura mal si conciliava con le occhiate sospettose che stava lanciando a sua figlia. Livia si voltò sorridente verso Carlo, mentre la sua mente aggiungeva un nuovo punto alla lista di cose che avrebbe dovuto spiegare a suo padre molto presto.
«Grazie ancora, Carlo. Sai cosa rappresenta il quadro?» chiese con il cuore che le batteva forte.
«Ma è ovvio!» si intromise Andrea preda del sacro fuoco dell’arte. «È il castello di Carini, vedi, Livia? E quelli sono la baronessa e il suo amante, Ludovico Vernagallo. Non ricordi?»
Marianna e Rocco si guardarono imbarazzati, mentre Andrea non si rese conto per nulla della gaffe che aveva appena fatto.
Don Enrico gli si avvicinò minaccioso. «Che deve ricordare? Mia figlia mai mise piede a Carini.»
Il giovane iniziò a sudare freddo realizzando, finalmente, il guaio che aveva combinato. «No, certo che no» deglutì. «Dicevo per dire, nel senso che mi pareva strano che Livia non conoscesse la storia della baronessa.»
«Ma sì, Andrea» Marianna accorse in suo aiuto. «Sono stata proprio io a raccontarle quella tragedia. E c’eri anche tu che mi correggevi ogni parola, come al solito.»
«Ah certo, sì» Andrea finse di ricordare assumendo un’aria convinta.
«Oh, conte Altamura, perdonateci. Forse non avremmo dovuto… È una storia così deplorevole, così
poco adatta a una fanciulla come Livia.» Marianna mise tutta se stessa nella finzione di mostrarsi desolata.
«Infatti» la gelò il conte. «Non è un bell’esempio per la figlia mia e non gradisco che porcherie come questa entrino dentro la casa mia.»
Carlo abbassò la testa, costernato. «Allora temo che neppure il mio regalo sia adatto. Mi spiace. Non pensavo…»
Il conte si voltò di scatto. «Non potevate sapere, ma i vostri regali sempre graditi sono. Livia può tenere il quadro, ma non voglio che lo esponga.»
«Come vuoi, papà.» La ragazza rivolse lo sguardo all’amico ritrovato. «Carlo, credimi, lo apprezzo tantissimo e lo terrò con cura, promesso.»
Il rossore sulle guance di Rocco si accentuò in un attimo, ma nessuno vi fece caso.
«Adesso ballate e divertitevi.» Don Enrico si girò e andò via senza chiedere permesso.
Andrea si chinò su sua moglie e sussurrò. «Era un ordine?»
Marianna gli assestò una gomitata, poi si girò verso gli altri sorridendo come se niente fosse.
«Livia, mi concedi un altro ballo?» Carlo la fissò con tenerezza e lei non seppe dire di no.
Rocco rimase immobile, il bicchiere in una mano e il volto tirato, mentre li guardava allontanarsi chiacchierando e ridendo.
Il tintinnio di una posata contro un bicchiere di cristallo fece voltare gli ospiti verso il conte Altamura. Livia lasciò il braccio di Carlo scusandosi e si avvicinò a suo padre. Quello era il momento più importante del ricevimento ed era giusto che gli ultimi due discendenti degli Altamura si ritrovassero insieme per rievocare il glorioso passato della dinastia. Il conte prese la parola e la sua voce potente e leggermente roca riecheggiò nel salone, sotto i riflessi abbaglianti dei grandi lampadari di vetro di Murano.
«Signori, signore, cari ospiti, stasera vi ho voluti qui, nella mia casa, per celebrare un anniversario che mi sta a cuore. E cosa c’è di più importante della famiglia e dell’onore? Un uomo può dirsi tale solo quando riesce a dar vita a una stirpe che guardi al futuro, ma senza dimenticare gli insegnamenti degli avi.» La voce si levò ancora più alta. «Gli Altamura lo hanno fatto. Io e mia figlia ci vantiamo di discendere da una famiglia che, per cinquecento anni, ha fatto della dignità, dell’onore e dell’onestà un motivo d’orgoglio.»
Un lieve imbarazzo misto a noia velò lo sguardo di Livia, per cui simili discorsi erano solo inutili ostentazioni e pregò che quello strazio terminasse il prima possibile.
«Stasera noi Altamura siamo qui per condividere con gli amici il nostro valore più grande, la famiglia.» Alzò il calice e un applauso scrosciante riempì la sala.
È finita”. Livia sorrise sollevata, ma dovette ricredersi quando suo padre chiese di nuovo silenzio.
Il sorriso le morì sulle labbra, mentre squadrava il conte con una tremenda voglia di sbuffare e sbadigliare che dovette reprimere con tutta la sua forza di volontà.
«Ancora un momento, vi prego.» A quanto sembrava don Enrico ci aveva preso gusto a stare al centro dell’attenzione, a dispetto del suo carattere schivo e introverso.
«Per me, stasera, c’è un altro motivo di gioia di cui vorrei rendervi partecipi.» Livia si sporse appena verso suo padre che, per la prima volta da quando aveva iniziato a parlare, si accorse di lei e le cinse la vita con un braccio. «Riguarda il bene più prezioso che ho, mia figlia Livia.»
Un brusio circondò padre e figlia, in piedi al centro del salone…

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