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Viaggio nella Palermo del 1950. Protagoniste: Livia e Laura – 2° tappa

Buongiorno lettori e benvenuti alla seconda tappa del Viaggio nella Palermo del 1950. Protagoniste: Livia e Laura!
In esso, potrete conoscere donne di altre epoche: la Contessina Livia d’Altamura e la Baronessa Laura di Carini, le quali vite si intrecceranno inesorabilmente fra le maglie del destino.
Sei “fermate”, dislocate un giorno a settimana, per un totale di sei settimane; in ognuna avrete la possibilità di leggere un estratto del primo capitolo. Qui, voi, potrete lasciare i vostri commenti e una domanda rivolta all’Autrice. Qualsiasi curiosità – sui personaggi, sulla storia, sulla scrittrice – sarà ben accetta.

Procediamo con l’estratto della seconda tappa!

Per leggere come partecipare e sopratutto l’estratto precedente a quello che andrete a leggere, cliccate qui!

L’estratto

Buona lettura!

Quando era arrabbiata, come quel giorno, pensava che le sarebbe bastato così poco per salire le scale, prendere una valigia e infilarci tutto quello che poteva, poi scendere silenziosamente, varcare la soglia di casa e girare il mondo lasciandosi tutto alle spalle. Idee, propositi che, alla fine, non aveva cuore di realizzare, perché in fondo voleva bene a suo padre e non poteva accettare l’idea di separarsi da Teresa, da Marianna e da Rocco. Quella era la sua vita, l’amava e l’odiava senza soluzione di continuità. Avrebbe voluto vivere mille avventure, ma qualcosa la teneva radicata alla terra che l’aveva generata e alla casa che l’aveva vista crescere. Desiderava la libertà e la temeva nello stesso tempo. Forse era vero ciò che le diceva Teresa, quando osava confidarle i segreti che teneva ben custoditi nel cuore. «Piccirì, voi, l’ansia di vivere avete!»
«A dopo, papà» sussurrò sconfitta.
«A dopo» rispose secco il conte, senza alzare gli occhi dalla lettere che Teresa gli aveva appena portato.
Prese la borsa piena di libri e si avviò sconsolata verso la porta. La voce decisa di suo padre la bloccò proprio sulla soglia, facendola sobbalzare. «Non dimentichi qualcosa?»
Notando l’espressione disorientata di Livia, sollevò il sopracciglio destro, evidente segnale di disapprovazione che tutti, da Teresa all’ultimo servitore, avevano imparato a riconoscere e sibilò gelido. «Il violino.»
«Oh, sì, certo. Che sbadata.» La ragazza tentò di abbozzare un sorriso, sperando di essere stata abbastanza convincente. Prese la custodia nera che Teresa le aveva portato giù di corsa e uscì sentendosi addosso lo sguardo inquisitore del conte.
Lungo il tragitto verso il Conservatorio Bellini Livia si sporse dal finestrino, ammirando la vita dei palermitani che le scorreva sotto gli occhi. Le piaceva particolarmente osservare gli altri, cercare di scoprire le loro sensazioni, il loro umore e, perché no, le loro ansie quotidiane. Vide di sfuggita un bimbo biondo fermarsi rapito davanti alla vetrina di una pasticceria mentre la mamma, una donna dall’aria minuta e delicata, tentava di trascinarlo a scuola. Una ragazza, con un vestito a fiori sotto un cappotto di velluto scuro, passeggiava tranquilla sul marciapiede, con aria soddisfatta e Livia immaginò che avesse ultimato i preparativi per il matrimonio e fosse felice di aver trovato il vero amore.
Le strade erano piene di venditori ambulanti con le mercanzie disposte in file ordinate sopra piccole bancarelle, i negozi erano già aperti e l’aria era tutta piena di profumi intensi e diversi, da quelli del pane appena sfornato e del caffè caldo, a quello dell’erba appena tagliata nei giardini delle case signorili. Un’atmosfera di gioia pervase la ragazza, che si sporse meglio per farsi baciare dal sole cocente, nonostante fosse quasi inverno.
La macchina scura filava veloce tra il vociare della gente e il suono delle campane. L’espressione rilassata di Livia scomparve non appena vide l’imponente palazzo del Conservatorio Bellini ergersi poco lontano.
Giuseppe le aprì la portiera e aspettò che varcasse la soglia sormontata da un antico arco dalla forma arabeggiante, per poi tornare a casa dove lo attendeva il conte per altre commissioni.
Livia rimase davanti all’ingresso, la borsa in una mano e il violino nell’altra, stringendosi nel cappotto bianco per difendersi da una folata di vento freddo che la sferzò con violenza. Tentò senza successo di sistemarsi i riccioli neri ricaduti disordinatamente ai lati del viso candido, guardandosi attorno con circospezione e impazienza. Il sole l’abbagliò per un attimo, facendole socchiudere gli occhi. Quando li riaprì, lo vide arrivare sfrecciando sulla sua vecchia bicicletta e l’inquietudine, come per magia, si dissolse nell’aria gelida.
«Buongiorno, contessina!» esclamò Rocco nel suo solito tono canzonatorio, mentre si toglieva il berretto e accennava un inchino.
Livia lanciò una rapida occhiata alla bicicletta, poi a Rocco che stava sistemandosi meglio la “coppola” sulla testa. «Sbaglio o avevi detto che mi avresti accompagnato in auto? Come faccio a salire lì sopra?» Gli occhioni neri della giovane puntarono il piccolo sellino marrone.
«Scusa contessì, ma l’auto ci serviva al padrone di casa. Però chista cà» sorrise dando un colpetto al manubrio, «è un vero portento! Dai, sali.»
Livia, titubante, salì sulla bicicletta, davanti a Rocco. Aggiustò e tirò la gonna bianca, lunga fin sotto al ginocchio, affinché si vedesse il meno possibile delle sue gambe slanciate. Uno scossone diede il via a una corsa durante la quale si raccomandò a tutti i Santi del paradiso e, per sicurezza, recitò anche il Padre Nostro, tenendo ben stretti al petto la borsa e il violino.
Vide le strade e la gente venirle incontro a una velocità vorticosa, così decise di concentrarsi su Rocco. Guardandolo di sottecchi vide i lineamenti marcati ma perfetti del suo viso, la bocca carnosa, gli occhi grandi su cui ricadevano ciocche spettinate di capelli neri, simili alle onde del mare di notte e il naso pronunciato. L’espressione era calma, mite e rispecchiava alla perfezione il carattere di Rocco, talmente allegro e sbarazzino da instillare in chiunque lo conoscesse la gioia di vivere. Livia era attratta dal suo atteggiamento estroverso, che le faceva dimenticare in un soffio ansie e timori. Spesso, quando ridevano di gusto, per scherzi fatti o battute inventate sul momento, chissà perché, le veniva in mente di non aver mai visto suo padre sorridere.
In un tempo che le parve eterno arrivarono davanti alla Facoltà di Medicina. La giovane, scendendo, si fece il segno della croce, ringraziando il Cielo di averla fatta arrivare sana e salva a destinazione.
«Ah ma dai!» Rocco parcheggiò la bicicletta ridendo. «Al sicuro sei, tranquilla.»
La testa le girava appena, ma cercò di nasconderlo affinché Rocco non continuasse a ridere di lei e a considerarla una ragazzina viziata.
«Entriamo, è tardi» disse per cambiare argomento.
«Ma… quel violino? Ci facciamo una serenata al professore?»
Livia rise, come sempre quando sentiva quella voce spigliata e decisa prendere le sfumature delle scherzo.
«Che camurria! Ancora non lo sa. Oh ora sì che sono guai» affermò, scuotendo la testa. Si fermarono sulla soglia della facoltà, guardandosi negli occhi. «Livia! Per quanto ancora reggerà questa sceneggiata?» Le iridi di Rocco le trapassarono l’anima.
«Glielo dirò. Glielo dirò, davvero.» Arrossì, sapendo che non avrebbe mai trovato il coraggio di confessare la verità.
«Ah sì? E quando?» Rocco alzò il mento in segno di sfida. «È tanto facile. Tu così devi dire. “Signor patri, mi scassai l’anima di suonare ‘u violino. Un dottore voglio diventare”.»
La sua risata scrosciante la investì, facendola sentire piccola piccola. Come se fosse facile spiegare al conte una cosa del genere! Non avrebbe mai accettato che sua figlia diventasse un medico. Per lui una donna, Livia in particolare, doveva essere solo una brava moglie e una buona madre. La vera scuola consisteva nell’imparare a comportarsi da vera signora, essere gentile, educata, non intromettersi in questioni che non la riguardavano, come la politica, ed essere un sostegno per il consorte, non certo un intralcio con un lavoro fuori casa e così impegnativo, per giunta. Cosa ne sarebbe stato della famiglia? Chi avrebbe accudito i figli che sarebbero nati? No, Rocco non poteva sapere né capire tutto questo. Lui era un uomo!
La musica era l’unico svago e la sola formazione, oltre quella scolastica, concessa alla giovane contessa. Aveva sempre studiato a casa, guidata da anziani precettori, nella grande Sala dei Ritratti, così chiamata da suo padre perché ospitava tutti i quadri degli avi Altamura. Era stato proprio uno di questi precettori, il più giovane, a suggerire che Livia frequentasse il Conservatorio. Aveva un talento naturale per la musica e avrebbe superato l’esame di ammissione senza problemi. Il conte Altamura aveva acconsentito quasi subito, perché era convinto che uno studio approfondito del violino avrebbe accentuato maggiormente la parte più sensibile e femminile della figlia, rendendola un “partito” ancora più appetibile. Inoltre era un buon modo per rendere omaggio alla moglie defunta, anch’ella abile musicista.
«Lo sai, Rocco, che non ho scelto io di suonare il violino?» proseguì Livia dimenticando lo scherno dell’amico.
«Ah no?» rispose stupito il giovane mentre si avviavano verso l’aula.
«No» disse sospirando. «Decise mio padre, come al solito. Mia madre suonava il pianoforte, ma lui lo considerava uno strumento troppo maschile, ecco.»
«E che, gli strumenti sono pure masculi o fimmine, ora?»
«Per lui sì» sorrise. «Così ha pensato che il violino mi si addicesse di più.»
«È un peccato, però.» Rocco le aprì la porta, lasciandola entrare per prima. «Al penultimo anno sei!»
«Lo so, ma ormai ho scelto. E poi non ho mai amato molto il violino. Mi mette tristezza, ecco.»
Il professore non era ancora arrivato e i ragazzi presenti parlavano tra loro a gruppetti.
«Livia?» La mano di Rocco si posò sul suo braccio, in segno di amicizia e solidarietà. «Ti scoprirà, è sicuro. E poi?» l’avvertì, scandendo bene le parole, in un italiano quasi perfetto, in cui solo la cadenza tradiva l’origine meridionale.
Rocco era fatto così; parlava perfettamente l’italiano, ma amava a tal punto la sua terra e il suo dialetto da usarlo in ogni occasione, senza remore, eccetto quando doveva rivolgersi ai professori, al suo datore di lavoro o quando la situazione diventava davvero seria.
«Cos’è? Una minaccia?» La fanciulla assunse un’aria di superiorità che non possedeva affatto e Rocco la guardò sconsolato, scuotendo la testa. «A che ora ci vediamo stasera?» disse per cambiare discorso.
«Perché, ci vieni?» Rocco aggrottò le sopracciglia, sorpreso e titubante.
«Certo che ci vengo!»
«Fammi capire. Tuo patri, il conte Enrico Altamura, ti disse sì per uscire con me di notte?»
Livia si voltò di scatto, lanciandogli un’occhiata torva ed esclamò. «Non ce l’ho il permesso di mio padre, va bene? E se lo vuoi sapere, non mi serve!»
Il ragazzo si voltò intimorito e, prevedendo una catastrofe, pensò: “Sì, sì. Mo’ parla così, la ribelle. Ma quando la scopre, perché tanto la scopre, dolori saranno!”.

La sera scese su Palermo, scura e fredda, senza luna e senza stelle.
Livia aveva trascorso il pomeriggio nella sua stanza, a studiare i libri di medicina che aveva comprato grazie alla rendita lasciatale da sua madre prima di morire. Poiché non aveva ancora raggiunto la maggiore età, era suo padre ad amministrare l’eredità materna. Tuttavia, ogni mese, le metteva a disposizione una piccola somma affinché potesse usarla come meglio credeva. Non era certo la generosità a guidare le azioni del conte, ma precise disposizioni testamentarie a cui non si era potuto sottrarre. In compenso, però, aveva trovato il modo di tenere sotto controllo le spese della figlia, imponendole di depositare il denaro contante in una cassaforte di cui entrambi conoscevano la combinazione e che lui poteva controllare ogni giorno.
Conoscendo l’astuzia del padre e la sua immensa avidità, Livia aveva abilmente occultato l’acquisto dei libri universitari sotto a quelli di spartiti musicali, nuove corde di violino e un abito di cui aveva gonfiato il prezzo, in modo da poter giustificare gli ammanchi eccessivi nella cassaforte con un vezzo da ragazzina capricciosa. Ogni volta che doveva combattere con i numeri, affinché i conti tornassero e nessuno si accorgesse di nulla, il cuore le sobbalzava nel petto per la paura di venire scoperta. Temeva che, da un momento all’altro, suo padre la cogliesse di sorpresa, alle spalle, mentre prendeva le banconote dalla cassaforte nel suo studio, che pure le appartenevano di diritto. Si girava mille volte prima di afferrarle e nascondersele addosso, perché neppure Teresa, con la sua tipica espressione indagatrice, potesse vederla. Di chiedere soldi non se ne parlava nemmeno. Il conte, infatti, pretendeva che le fatture di tutte le sue spese arrivassero a casa. Subito dopo sarebbe passato lui o il suo intendente a pagare. Un altro sistema per tenere d’occhio sua figlia e ogni sua minima, insignificante scelta. Se il testamento non glielo avesse impedito, avrebbe fatto la stessa cosa anche con il vitalizio lasciato da donna Anna.
La pendola di legno e ottone del soggiorno segnò le sette. Nel medesimo istante la voce di Teresa, dabbasso, chiamò Livia per annunciarle che la cena era pronta.
«Contessì! Vostro patri vi aspetta! Che devo salire io?» minacciò, sforzandosi di esprimersi nel poco italiano che conosceva. Per espresso desiderio del conte, infatti, tutti i domestici dovevano rivolgersi a sua figlia nella lingua nazionale, anche se stentata. Alla stessa Livia era tassativamente proibito parlare in dialetto, in quanto l’insindacabile opinione paterna suggeriva che quello fosse il linguaggio delle serve e degli operai, non certo di una signorina di nobili natali. L’ordine veniva regolarmente disatteso in sua assenza ma, in fondo, sarebbe stato di gran lunga più grave sbagliare sentendosi addosso quegli occhi fiammeggianti che scagliavano saette e minacce di licenziamento.
La voce squillante di Teresa fece sobbalzare Livia sulla sedia. La matita che teneva tra le mani le cadde per terra, ma non si preoccupò di raccoglierla. Chiuse i libri con un tonfo e si precipitò a nasconderli nella grande cassapanca di ciliegio posta al lato della finestra, avvolgendoli in mezzo al corredo del suo matrimonio, pronto già da anni.
Cenò con il pensiero rivolto agli amici che sarebbero venuti a prenderla di lì a poco ma, soprattutto, all’enorme ciliegio davanti alla sua finestra, che avrebbe dovuto scalare cercando di non fare rumore e, soprattutto, di non rimetterci l’osso del collo. Si sforzò di comportarsi come al solito, concentrandosi sul cibo e rispondendo solo se interrogata dal conte, che sembrò non sospettare nulla. Per fortuna Teresa era in cucina quella sera; non era del tutto certa di riuscire a mentire davanti a lei. Gettò una rapida occhiata all’orologio che aveva al polso. Quasi le otto. Mancava poco all’appuntamento, ma non poteva alzarsi da tavola prima di suo padre. Cominciò a rigirare nervosamente la forchetta tra le dita, battendo piano il piede sul pavimento. Enrico Altamura, invece, sembrava non avere alcuna fretta. Mangiava lentamente, la mente assorta, con tutta probabilità, negli affari di famiglia.
Livia lo scrutò impaziente, desiderando scomparire in un attimo per ritrovarsi fuori dal palazzo. Lui si accorse di essere osservato e, voltandosi, disse con voce ferma. «Ti scotta la sedia?»
Le guance della ragazza si infuocarono, ma tentò di rispondere il più tranquillamente possibile. «No, è solo che… ho sonno. Vorrei andare a dormire.»
Il conte continuò a fissarla serio. Nessuna emozione gli attraversò il volto quando rispose. «Vai» disse, accompagnando il tono duro con un gesto incurante della mano.
Finalmente” pensò Livia, alzandosi di scatto da tavola e facendo tintinnare tutta l’argenteria.
Stava per lanciarsi verso le scale che l’avrebbero portata verso la sua stanza, quando sentì una presa d’acciaio intorno al polso. «Domani mattina» esordì il padre, «ti voglio trovare nel mio studio. Dobbiamo parlare.»
«Non faremo colazione insieme, allora?» A Livia parve molto strano quell’appuntamento. Di solito don Enrico la mandava a chiamare se doveva chiederle qualcosa, oppure approfittava durante i pasti.
«No» rispose secco, convinto di non dover dare altre spiegazioni.
«Va bene» rispose con delicatezza. «Buonanotte.»


Siete curiosi di continuare la lettura, ne? Ve l’avevo detto che meritava!
A martedì prossimo con il proseguimento!

The Bibliophile Girl

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8 risposte a "Viaggio nella Palermo del 1950. Protagoniste: Livia e Laura – 2° tappa"

  1. Francesca sono felicissima per te! Ho imparato a conoscerti in questi mesi, devo dire che ti ho apprezzato profondamente in qualità di persona e anche nei panni di storica. 🙂 Come sai, sono sempre stata “colpita” da tematiche di tale foggia, soprattutto quando si tocca il nostro essere donna. Appunto, da qui deriva la mia domanda: secondo te, quali sono i valori che le donne di oggigiorno dovrebbero custodire gelosamente?

  2. Ciao Francesca e complimenti vivissimi per questa tua nuova avventura editoriale.
    Ho letto che una delle due donne protagoniste porta il titolo di Baronessa di Carini e immediatamente sono tornato indietro negli anni. Mi pare fosse il 1975 quando da bambino di 7 anni ascoltavo incantato la voce di Gigi Proietti cantare la sigla di uno “sceneggiato”, come allora venivano chiamate le “fiction”, il cui titolo se non vado errato era “L’amaro caso della Baronessa di Carini”. Mi ricordo Ugo Pagliai, Adolfo Celi, Paolo Stoppa e anche una giovanissima Enrica Bonaccorti.
    Visto che anche il tuo romanzo è ambientato a Palermo, anche se più di un secolo dopo, e che si parla di passioni, ti sei in qualche modo ispirata a questo sceneggiato?

  3. Complimenti, Francesca. Ho letto l’estratto e devo dire che, l’ambientazione palermitana, essendo Palermo la mia città, mi ha intrigato molto. Ho notato che hai inserito dei termini dialettali. Come ti sei documentata su di essi? Qualcuno ti ha aiutata? E soprattutto, ti sei divertita a scoprire suoni e significati di questo splendido e antico dialetto?

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